Wednesday, May 09, 2007








Crolloprospettico presenta:

CHECKPOINT
di Marco Di Stefano

Con
Martina De Santis, Vincenzo Giordano, Mario Gualandi, Sara Urban

Regia
Marco Di Stefano

Si ringrazia:
Angelo Prati, Lampro, Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi,
Outis-Centro Internazionale di Drammaturgia
Nudoecrudoteatro


11-12-13 MAGGIO, ORE 21.30
BARRIO'S
VIA BARONA ANGOLO VIA BOFFALORA
MILANO

Una dittatura. Un paese dove non si può più viaggiare e le stazioni sono usate come carceri. Un carcere femminile. Un carceriere e il suo assistente muto. Una detenuta e la speranza di salvarsi attraverso un amore deviato. Una ragazza e la consapevolezza che è inutile vivere se tutto intorno il resto muore. Checkpoint è il punto di controllo, dove tutto viene messo alla prova: l'ideologia, la colpa, le passioni e la volontà. Un luogo fisico, ma anche un luogo della mente, dove tutto è corrotto. Ma dove la speranza riesce ancora a nascondersi.

Checkpoint ha debuttato come mise en espace nel settembre 2006, all'interno di Tramedautore, festival organizzato da Outis - Centro Internazionale di Drammaturgia.


(...)l'autore, nella sua opera d'esordio, affronta l'argomento con finezza e intelligenza, trattando temi già noti, ma senza mai cadere nel banale.
Renato Palazzi
http://www.delteatro.it/ 27 settembre 2006





Checkpoint – note di regia



Crediamo che la stazione/prigione di Checkpoint rappresenti la violenza e la repressione a più livelli. Decidiamo di raccontare non solo un luogo fisico, ma un luogo della mente, dove i rapporti umani diventano morbosi, duri, a volte atroci e crudeli. Vogliamo scandagliare il male. Il male come parte di un sistema che va sempre di più verso l'autodistruzione, un sistema parassitario e cieco che distrugge ciò che tocca. Ma non ci basta. Non ci basta perché il male è componente fondamentale dell'uomo. L'essere umano rende possibile il male. A volte volontariamente, a volte no, ma è importante? Forse l'importante è capire la radice. Analizziamo ciò che ci circonda e scopriamo che spesso anche chi commette i crimini più atroci crede di essere nel giusto. Pensiamo a tutti i grandi delitti della Storia. Niente sarebbe potuto succedere senza degli ideali precisi, a volte travisati, certo, ma pur sempre ideali. Il nazifascismo, il comunismo sovietico, l'inquisizione spagnola. E allora c'è qualcosa di comune nel male. Qualcosa di banale e terribile. Vogliamo metterci di fronte a tutto questo, ma soprattutto vogliamo che il pubblico sia con noi, accanto a noi, che riesca a vedere da vicino i nervi scoperti dei corpi che si muovono sulla scena.




LO SPAZIO
Abbiamo deciso di creare un luogo altro. Un tappeto di 6 metri per 6 in PVC bianco, con la pianta degli spazi scenici disegnata in nero. Bianco e nero. Lavorare cromaticamente sugli opposti senza compromessi, bianco e nero come due elementi fondanti della vita, senza lasciare spazio a fraintendimenti. Non ci interessa il grigio. Non adesso, non per questo spettacolo. Lavoriamo sugli estremi per affondare il nostro bisturi sempre più in profondità, per spingere fino all'eccesso le nostre conclusioni. Gli oggetti neri, i costumi neri, il cibo nero. Eppure ci muoviamo nell'asettica luminosità del bianco. Viviamo di conflitti. Vediamo dove portano.





IL PUBBLICO
Disponiamo il pubblico sui quattro lati del tappeto. Vogliamo sentire il loro calore. Vogliamo che guardino i corpi in ogni sfumatura, che sentano l'odore dell'ambiente che abitiamo. Vogliamo che si vedano tra loro, che siano agenti di questo rito. Questa cosa ci riguarda tutti e allora perché dividerci in due comunità distinte, palco e platea? Vogliamo guardarci negli occhi. Forse il male si nasconde proprio nella negazione del proprio sguardo agli altri. Guardami negli occhi e io ti guarderò negli occhi. Allora, forse, mi riconoscerai come simile. Viviamo nell'epoca dell'imagine e non sappiamo più come comportarci rispetto a un corpo vivo. Io sono qui, rido, soffro, mangio, mi lavo. E tu, per una volta, non devi SPIARMI. Devi GUARDARMI.




GLI ATTORI
Naturalmente ci assumiamo ogni responsabilità. Dobbiamo essere onesti. Non possiamo ingannare, non possiamo nasconderci, non possiamo fingere. Ci affidiamo all'istinto per raccontare. Cerchiamo di sentire ogni cosa che rappresentiamo.






Sara, cosa vuol dire aggrapparsi alla vita? Vincenzo, fermati e pensa: stai uccidendo ciò che ami. Martina, hai paura e vai avanti nonostante tutto. La tua voce va contro il tuo corpo. Mario, cosa vuol dire rivedere, ancora una volta, rivedere tutta questa violenza. Marco, fermati, vai davanti allo specchio, prendi fiato. Stai guidando delle persone. Forse devi trovare delle risposte. Quali? Presuntuoso. Prendi fiato. Stai sbagliando. Non devi trovare le risposte. Devi trovare il modo di formulare le domande.






Gli attori sono sempre a vista. Aspettano. Sono seduti e attendono il loro turno per entrare. Il pubblico si siede. Li guarda. Vede che sono attori. Ma quando iniziano a recitare qualcosa cambia. Perché questa volta non sono più attori. Sono esseri umani.



MARTIN
Martin è il narratore. Martin non veste mai i panni dell'attore perché è il sopravvissuto. Fuori o dentro la scena, non importa: Martin è sempre Martin. Vediamo come si comportava: stupri, violenza, accondiscendenza. Ecco, esce di scena. E piange. Perché piangi, Martin? Ma Martin non può rispondere perché è muto. È questo il motivo per cui siamo qua, stasera. Perché Martin non può parlare, non può raccontare. E allora usa degli attori. Un attore per Esia, un'attrice per Jeràd, un'altra per Elàr. E Martin? Martin interpreta se stesso. E ci fa vedere cosa è successo. Dirige l'azione, giudica, ci indica dove guardare. Martin comanda la rappresentazione. È la sua condanna: raccontare senza voce.

LA MUSICA
Bach è il nostro compagno di viaggio. La nostra colonna sonora. Le Suite per violoncello. Il bianco e il nero fatti musica. Lo ascolto e mi chiedo se più di due secoli fa lui aveva trovato le risposte. Forse sì, si direbbe dalla sua musica. Nel 2007 io sto ancora cercando le domande.
Accosto la musica alle immagini dello spettacolo. Eccola qui, la musica del mondo che andiamo a raccontare. Il violoncello, il bianco e il nero. Sembrano tutti elementi discreti, in qualche modo raffinati. Solo ora mi accorgo che se li metto vicini, se li mescolo, se li obbligo a stare insieme, ogni cosa cambia. E tutto diventa violento.

IL CAMBIAMENTO E LA CRISI
Il cambiamento è possibile solo attraverso la crisi. Crisi come momento di costrizione, come vicolo cieco. Crisi come obbligo di scelta. Tutti i personaggi di Checkpoint cambiano perché qualcosa li obbliga a cambiare: la detenzione, l'amore, il pericolo. E così accade nell'esistenza. Viviamo in un mondo dove ogni componente della vita è in profonda crisi: l'identità, la cultura, la politica. Viviamo subissati dalla violenza o dall'immagine di essa, siamo costretti a rapportarci giornalmente con il conflitto, ad ascoltare parole folli che creano nemici da tutte le parti. Ci chiedono di accettare l'odio e la guerra. I presupposti ci sono. La Crisi è in atto. Adesso siamo obbligati a fare una scelta. Adesso è il momento in cui il cambiamento è possibile.


Marco Di Stefano

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