Saturday, July 28, 2007
Crolloprospettico presenta: 
Non mi vergognerò mai di apprendere.
- riflessioni per il teatro presente -
da Carlo Goldoni.
Un progetto di Marco Di Stefano, Cecilia Gragnani e Sara Urban.
Con Cecilia Gragnani e Sara Urban.
Drammaturgia e Regia: Marco Di Stefano.

Non mi vergognerò mai di apprendere.
- riflessioni per il teatro presente -
da Carlo Goldoni.
Un progetto di Marco Di Stefano, Cecilia Gragnani e Sara Urban.
Con Cecilia Gragnani e Sara Urban.
Drammaturgia e Regia: Marco Di Stefano.
21 luglio 2007
ore21
Arsenale di Venezia
all'interno di
Il Mondo della Luna - Campus Biennale
39° Biennale Teatro
Siamo nel 2007. Sono passati trecento anni dalla nascita di Carlo Goldoni. Questa ricorrenza ha dato la possibilità a tutto il mondo teatrale (italiano e non) di confrontarsi con una parte del nostro passato che si è rivelata fondamentale per lo sviluppo del teatro italiano. Carlo Goldoni è stato senza dubbio il più importante commediografo italiano di sempre. E questo non solo per la quantità e la bellezza dei su
oi testi, ma soprattutto per la sua opera di modernizzazione delle nostre scene. Carlo Goldoni ha anticipato il proprio tempo, ha continuato a tenere lo sguardo fisso verso il futuro, nonostante tutte le difficoltà e i nemici che gli si sono presentati davanti. Non solo uno scrittore, quindi, ma un grande uomo di teatro.
Siamo nel 2007. L’era del digitale è incominciata, il tempo scorre sempre più veloce, bisogna correre. E invece noi decidiamo di fermarci un attimo. Decidiamo di confrontarci anche noi con questo passato, di costruire un ponte tra noi e Goldoni. Non con le sue commedie, ma con il suo pensiero, con il suo modo del tutto personale di vedere il teatro. Usiamo le introduzioni che Goldoni scrisse in occasione della pubblicazione dei suoi lavori. “L’Autore a chi legge”, dice il titolo. E noi leggiamo, caro Autore, e sentiamo in queste parole vecchie più di due secoli una vicinanza sconcertante: le tue difficoltà sono uguali alle nostre, i tuoi dubbi sono gli stessi che ci assalgono tutti i giorni, la tua voglia di Teatro è la stessa che ci spinge a continuare nonostante tutto. Il Tuo passato per raccontare il Nostro presente. Chi l’avrebbe detto.
Siamo nel 2007. Sono passati trecento anni dalla nascita di Carlo Goldoni. Questa ricorrenza ha dato la possibilità a tutto il mondo teatrale (italiano e non) di confrontarsi con una parte del nostro passato che si è rivelata fondamentale per lo sviluppo del teatro italiano. Carlo Goldoni è stato senza dubbio il più importante commediografo italiano di sempre. E questo non solo per la quantità e la bellezza dei su
oi testi, ma soprattutto per la sua opera di modernizzazione delle nostre scene. Carlo Goldoni ha anticipato il proprio tempo, ha continuato a tenere lo sguardo fisso verso il futuro, nonostante tutte le difficoltà e i nemici che gli si sono presentati davanti. Non solo uno scrittore, quindi, ma un grande uomo di teatro.Siamo nel 2007. L’era del digitale è incominciata, il tempo scorre sempre più veloce, bisogna correre. E invece noi decidiamo di fermarci un attimo. Decidiamo di confrontarci anche noi con questo passato, di costruire un ponte tra noi e Goldoni. Non con le sue commedie, ma con il suo pensiero, con il suo modo del tutto personale di vedere il teatro. Usiamo le introduzioni che Goldoni scrisse in occasione della pubblicazione dei suoi lavori. “L’Autore a chi legge”, dice il titolo. E noi leggiamo, caro Autore, e sentiamo in queste parole vecchie più di due secoli una vicinanza sconcertante: le tue difficoltà sono uguali alle nostre, i tuoi dubbi sono gli stessi che ci assalgono tutti i giorni, la tua voglia di Teatro è la stessa che ci spinge a continuare nonostante tutto. Il Tuo passato per raccontare il Nostro presente. Chi l’avrebbe detto.

Vorrei approfitare dell'occasione per ringraziare Maurizio Scaparro e Ferdinando Ceriani per l'idea e la realizzazione del Campus Biennale. Ringrazio inoltre tutte le persone che hanno partecipato a Il Mondo della Luna e in particolare Flavio, Alessia, Marina e Cleo. Grazie di cuore.
Marco Di Stefano.
Marco Di Stefano.
Di seguito trovate le parole di Carlo Goldoni che ci siamo permessi di usare per questa breve azione teatrale di otto minuti circa.
Non mi vergognerò mai di apprendere
- riflessioni per il teatro presente -
dalle prefazioni di Carlo Goldoni alle proprie commedie
montaggio di Marco Di Stefano
Alcuni fanno gl’Impresari per una specie di necessità, e sono quelli che possedendo qualche Teatro, per profittare della rendita considerabile di tal fondo, fanno andare l’impresa per loro conto, e sovente vi rimettono, oltre il profitto de’ palchetti, qualch’altra parte del patrimonio. Altri lo fanno per un’inclinazione generosa di divertire se stessi e il pubblico, e questi ci rimettono più degli altri.
“L’impresario delle Smirne”
I miei caratteri sono umani, sono verisimili, e forse veri, ma io gli traggo dalla turba universale degli uomini, e vuole il caso che alcuno in essi si riconosca. Quando ciò accade, non è mia colpa che il carattere tristo a quel vizioso somigli, ma colpa è del vizioso, che del carattere ch’io dipingo, trovasi per sua sventura attaccato.
“La bottega del caffè”
Quando la locandiera si burla del Cavaliere che languisce, non muove gli animi a sdegno contro colei, che dopo averlo innamorato lo insulta? Oh bello specchio agli occhi della gioventù! Dio volesse che io medesimo cotale specchio avessi avuto per tempo, che non avrei veduto ridere del mio pianto qualche barbara Locandiera. Oh di quante scene mi hanno provveduto le mie vicende medesime!….
“La locandiera”
Povera gioventù sconsigliata! Volersi tormentar per amore! Voler che il balsamo si converta in veleno! Pazzie, pazzie. Specchiatevi, o giovani, in questi Innamorati ch’ io vi presento, ridete di loro, e non fate che si abbia a rider di voi.
“Gli innamorati”
Tu sai, lettore umanissimo, che apatista vuol dire Uomo senza passione. […] L’apathia del protagonista di questa Commedia consiste in una discreta virtuosa indifferenza del bene e del male, che accade o che accader potesse nel corso di nostra vita, onde si può anche chiamare l’indifferente. Tu lo vedrai in situazioni difficili, fastidiose, moleste; non lo vedrai insensibile, ma indifferente. Non fugge gli uomini come un misantropo, non li cerca come un curioso. Non ama le donne come un damerino, non le odia come un selvatico, in somma tale qual si dipinge da se medesimo, e tale, per dire la verità, qual io vorrei essere, se non lo sono.
“L’apatista”
Ma è vano che io cerchi su queste ed altre imputazioni giustificarmi. La commedia è piaciuta al Pubblico, il Pubblico la difende e su tal difesa mi acquieto. Si acchetino i critici ancora, se loro piace; quando no, si assicurino che io faccio il sordo.
“La vedova scaltra”
Dal pensare sempre in un modo nascono quasi sempre opere uguali e si perde il frutto della varietà tanto necessaria al Teatro.
“La buona Moglie”
Io aveva levato al popolo minuto la frequenza dell’Arlecchino; sentivano parlare della riforma delle Commedie, voleano gustarle; ma tutti caratteri non erano adatti alla loro intelligenza: ed era ben giusto, che per piacere a quest’ordine di persone, che pagano come i Nobili e come i Ricchi, facessi delle Commedie, nelle quali riconoscessero i loro costumi e i loro difetti, e, mi sia permesso di dirlo, le loro virtù.
Ma quest’ultima giustificazione è affatto inutile; poiché a tali Commedie le persone le più nobili, le più gravi e le più delicate si sono divertite egualmente […] (poiché) “tutto quello che è vero, ha il diritto di piacere, e tutto quello ch’è piacevole, ha il diritto di far ridere.”
“Le baruffe chiozzote”
Così bramo io parimente, che qualche nobile bell’ingegno d’Italia diasi a perfezionare l’opera mia e a rendere lo smarrito onore alle nostre scene con le buone commedie, che siano veramente commedie e non scene insieme accozzate senz’ordine e senza regola; e io, che fin ad ora sembrerà forse a taluno che voglia far da maestro, non mi vergognerò mai di apprendere da chicchessia, quando abbia capacità di insegnare.
“Il teatro comico”
- riflessioni per il teatro presente -
dalle prefazioni di Carlo Goldoni alle proprie commedie
montaggio di Marco Di Stefano
Alcuni fanno gl’Impresari per una specie di necessità, e sono quelli che possedendo qualche Teatro, per profittare della rendita considerabile di tal fondo, fanno andare l’impresa per loro conto, e sovente vi rimettono, oltre il profitto de’ palchetti, qualch’altra parte del patrimonio. Altri lo fanno per un’inclinazione generosa di divertire se stessi e il pubblico, e questi ci rimettono più degli altri.
“L’impresario delle Smirne”
I miei caratteri sono umani, sono verisimili, e forse veri, ma io gli traggo dalla turba universale degli uomini, e vuole il caso che alcuno in essi si riconosca. Quando ciò accade, non è mia colpa che il carattere tristo a quel vizioso somigli, ma colpa è del vizioso, che del carattere ch’io dipingo, trovasi per sua sventura attaccato.
“La bottega del caffè”
Quando la locandiera si burla del Cavaliere che languisce, non muove gli animi a sdegno contro colei, che dopo averlo innamorato lo insulta? Oh bello specchio agli occhi della gioventù! Dio volesse che io medesimo cotale specchio avessi avuto per tempo, che non avrei veduto ridere del mio pianto qualche barbara Locandiera. Oh di quante scene mi hanno provveduto le mie vicende medesime!….
“La locandiera”
Povera gioventù sconsigliata! Volersi tormentar per amore! Voler che il balsamo si converta in veleno! Pazzie, pazzie. Specchiatevi, o giovani, in questi Innamorati ch’ io vi presento, ridete di loro, e non fate che si abbia a rider di voi.
“Gli innamorati”
Tu sai, lettore umanissimo, che apatista vuol dire Uomo senza passione. […] L’apathia del protagonista di questa Commedia consiste in una discreta virtuosa indifferenza del bene e del male, che accade o che accader potesse nel corso di nostra vita, onde si può anche chiamare l’indifferente. Tu lo vedrai in situazioni difficili, fastidiose, moleste; non lo vedrai insensibile, ma indifferente. Non fugge gli uomini come un misantropo, non li cerca come un curioso. Non ama le donne come un damerino, non le odia come un selvatico, in somma tale qual si dipinge da se medesimo, e tale, per dire la verità, qual io vorrei essere, se non lo sono.
“L’apatista”
Ma è vano che io cerchi su queste ed altre imputazioni giustificarmi. La commedia è piaciuta al Pubblico, il Pubblico la difende e su tal difesa mi acquieto. Si acchetino i critici ancora, se loro piace; quando no, si assicurino che io faccio il sordo.
“La vedova scaltra”
Dal pensare sempre in un modo nascono quasi sempre opere uguali e si perde il frutto della varietà tanto necessaria al Teatro.
“La buona Moglie”
Io aveva levato al popolo minuto la frequenza dell’Arlecchino; sentivano parlare della riforma delle Commedie, voleano gustarle; ma tutti caratteri non erano adatti alla loro intelligenza: ed era ben giusto, che per piacere a quest’ordine di persone, che pagano come i Nobili e come i Ricchi, facessi delle Commedie, nelle quali riconoscessero i loro costumi e i loro difetti, e, mi sia permesso di dirlo, le loro virtù.
Ma quest’ultima giustificazione è affatto inutile; poiché a tali Commedie le persone le più nobili, le più gravi e le più delicate si sono divertite egualmente […] (poiché) “tutto quello che è vero, ha il diritto di piacere, e tutto quello ch’è piacevole, ha il diritto di far ridere.”
“Le baruffe chiozzote”
Così bramo io parimente, che qualche nobile bell’ingegno d’Italia diasi a perfezionare l’opera mia e a rendere lo smarrito onore alle nostre scene con le buone commedie, che siano veramente commedie e non scene insieme accozzate senz’ordine e senza regola; e io, che fin ad ora sembrerà forse a taluno che voglia far da maestro, non mi vergognerò mai di apprendere da chicchessia, quando abbia capacità di insegnare.
“Il teatro comico”
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